
Già da diverso tempo si parla di compliance. Forse è un termine che ancora suscita qualche perplessità; ma se abbandoniamo gli anglicismi e torniamo alla lingua italiana, ci spostiamo su un terreno molto chiaro: quello della conformità normativa.
E chi non vorrebbe essere conforme alle norme?
In teoria nessuno.
Eppure, nel tempo, la crescente produzione normativa, sia a livello nazionale, sia europeo ha finito per rallentare gli impulsi di molte realtà imprenditoriali, soprattutto in alcuni settori o contesti territoriali.
La cosiddetta compliance è stata così percepita in due modi diversi.
Da una parte, come un costo da rinviare, spesso ritenuto non compatibile con i budget o con le priorità operative di imprese più contenute.
Dall’altra, come uno strumento necessario per evitare sanzioni, un presidio difensivo da attivare solo quando il rischio diventa concreto.
Entrambe queste prospettive, oggi, meritano di essere messe in discussione.
Sia l’idea di non agire, sia quella di considerare la compliance esclusivamente come un mezzo per difendersi da eventuali responsabilità non colgono pienamente la trasformazione in atto.
Il sentiment diffuso, infatti, appare ancora in parte inadeguato.
Nonostante si parli di questi temi ormai da molti anni, non sempre si avverte con chiarezza che la conformità normativa è sempre più spesso una condizione per operare sul mercato, entrare nelle filiere dei grandi player e mantenere relazioni stabili con stakeholder, partner e fornitori.
Questo accade perché oggi l’impresa non è chiamata soltanto a rispettare le norme, ma a dimostrare affidabilità organizzativa.
La compliance non ha, infatti, soltanto un riflesso interno, legato alla stabilità e alla correttezza delle procedure aziendali, ma produce effetti anche all’esterno, incidendo sulla percezione di solidità e credibilità dell’organizzazione.
Temi come protezione dei dati personali, modelli organizzativi 231, sistemi di whistleblowing, gestione del rischio fiscale, pay transparency, sostenibilità e requisiti ESG non vivono più in compartimenti separati ma entrano nei processi decisionali delle imprese e contribuiscono a definire il modo in cui un’azienda viene valutata da clienti, partner commerciali, investitori e istituzioni.
In questo contesto cambia anche il modo in cui vengono esercitati i controlli.
Sempre più frequentemente, infatti, le verifiche non si fermano al perimetro della singola impresa ma si spostano lungo la filiera.
Le grandi organizzazioni richiedono ai propri fornitori e partner standard di trasparenza, tracciabilità e gestione del rischio, che diventano parte integrante delle relazioni commerciali.
Per questo, oggi, elementi come procedure interne, gestione dei dati, regole di condotta, sistemi di controllo e capacità di presidiare il rischio assumono un valore crescente anche per imprese che, fino a pochi anni fa, ritenevano questi temi marginali rispetto al proprio modello di business.
In questo scenario la compliance cambia natura e non rappresenta più soltanto un presidio difensivo e assurgendo sempre più a leva competitiva, che consente alle imprese di dimostrare affidabilità lungo le filiere produttive e nei rapporti con i grandi player di mercato.
Normative come il Regolamento europeo sull’Ecodesign, di cui abbiamo recentemente parlato, mostrano chiaramente questa trasformazione: la sostenibilità, la gestione del rischio e la trasparenza dei processi entrano progressivamente nei modelli organizzativi delle imprese e diventano parte integrante della governance aziendale.
Le imprese che sviluppano presidi organizzativi adeguati non solo riducono la propria esposizione al rischio, ma riescono anche a posizionarsi in modo più solido e credibile nel mercato.
Ed è proprio in questo passaggio che la compliance smette di essere percepita come un costo e diventa, a tutti gli effetti, un fattore competitivo.
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